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Sicurezza: tag Rfid ai bambini. Oppure no? PDF Stampa E-mail
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Scritto da Rfid Italia   

Rfid BambiniParigi rinuncia ai tag Rfid nelle nursery. Secondo quanto riportato in un articolo su Le Monde, lo specialista tecnologico francese Lyberta ha abbandonato il progetto  dopo che un giornalista aveva scritto un pezzo che aveva scatenato la reazione di diverse associazioni e gruppi di attivisti pronti a denunciare un attacco alla privacy.

Sui forum on line, però, l’opinione pubblica sembra discorde. Le centinaia di migliaia di casi di bambini rapiti o dispersi nel mondo hanno spinto molte organizzazioni a ipotizzare un sistema di tracciabilità dei bambini tale da permettere ai genitori, agli insegnanti e ai tutori di poter effettuare un monitoraggio che prevede anche la geolocalizzazione, in modo da intervenire proattivamente in caso di pericolo.

Sempre il quotidiano francese riporta il caso di una donna che scrive: “Ho sperato che inventassero qualcosa di simile fin da quando è nata la mia primogenita. Mia figlia di tre anni un giorno è uscita dall’asilo da sola e le maestre, per fortuna, sono riuscite a trovarla in un isolato vicino. Come sistema di prevenzione, se potessi, metterei un tag a ogni mio figlio”.

La domanda fondamentale è semplice: per eliminare certi rischi e pericoli, per tutelare i bambini dai rapimenti o dai pericoli della strada, i genitori sono pronti a mettere un tag ai loro figli?

“Il problema di fondo – ha spiegato Alex Türk, a capo della Commission for Information Technology and Freedom (Cnil) francese – è che siamo sommersi dalla tecnologia. Questo non significa che siamo in grado di gestirla. Ciò che una volta era impossibile per la scienza, grazie alle nuove tecnologie come l’Rfid, oggi è diventato realtà: posizionato un tag Rfid su un braccialetto o un capo di abbigliamento, questo diventa intelligente e può essere identificato in maniera univoca e localizzata”.

Per fronteggiare la paura viene in soccorso la tecnologia: solo in Francia nel 2009 sono stati taggati 50mila neonati e altri Paesi, come l'India stanno procedendo sulla stessa strada.

Circa 150 reparti maternità nel mondo già utilizzano i transponder attivi che trasmettono un segnale a intervalli regolari, integrati a un sistema di sorveglianza che, attraverso lettori Rfid, riesce a monitorare l’area in cui si trovano i bambini appena nati, identificati uno per uno. Nel caso il braccialetto venga tagliato, schermato o rimosso, parte un allarme che segnala l’infrazione al responsabile del servizio.

“Ci siamo aggiudicati il nostro primo contratto di fornitura – ha dichiarato Laurent Levasseur, Ceo dell’azienda francese Bluelinea – con un ospedale di Birmingham, in Inghilterra, e ora forniamo tag Rfid a 17 Paesi diversi, tra cui Stati Uniti, Hong Kong, Kuwait e Spagna. In Francia sono circa 30 gli ospedali che utilizzano braccialetti taggati anche se l’argomento, di per sé, è considerato un tabù”.

“Lo scorso anno – ha dichiarato Philippe Cruette, responsabile della clinica Bordeaux-Nord - ci sono stati due tentativi di rapimento in un paio di reparti maternità della nostra zona. Il nostro compito è anche di di rassicurare le madri che hanno sentito queste notizie dai media. I braccialetti Rfid sono disponibili dal gennaio di quest’anno e metà delle partorienti che vengono da noi ci chiedono i tag Rfid, soprattutto se si tratta di madri giovani, al loro primo figlio”.

Bluelinea, tuttavia, si dice contraria all’utilizzo dei tag Rfid nelle scuole.

“Abbiamo ricevuto una richiesta dal Belgio – ha proseguito Levasseur – ma abbiamo declinato. C’è un effetto collaterale all’utilizzo dei tag sui minori: perdono il loro senso di responsabilità. Solo perché la tecnologia lo rende possibile, non si può fare qualsiasi cosa”.

Ma ci sono altri Paesi che utilizzano i tag a scuola. Sempre in India, così come in alcune scuole giapponesi, si utilizzano tag Rfid e Gps per controllare l’entrata e l’uscita degli studenti dai plessi scolastici. Ma è anche vero che spesso gli studenti abitano a chilometri e chilometri di distanza dagli istituti e questo sistema è quasi indispensabile per garantire la sicurezza dei minori.

Anche negli Usa da diversi anni la questione dell’Rfid a scuola è sui tavoli. Questo settembre un istituto di Richmond, in California, ha dotato di tag Rfid attivi le divise degli scolari dai tre ai sei anni, risparmiando qualcosa come 3mila ore/uomo dedicate alla sorveglianza.

«Grazie al nuovo sistema Rfid – ha commentato a fine agosto l’insegnante Simone Beauford - non devo più passare il mio tempo a riempire il registro con gli orari di ingresso e di uscita di ogni bambino. Io sono favorevole, meno burocrazia significa più tempo per l'insegnamento».

I militanti che si battono per la tutela delle libertà civili sono invece molto preoccupati.

«Non ci sono garanzie sulla reale sicurezza di questa tecnologia, i dati sui movimenti dei bambini possono essere letti dagli insegnanti ma anche da chiunque altro a distanza di centinaia di metri – ha dichiarato Nicole Ozer, docente e direttore dell’American Civil Liberties Union della California del Nord -. L’ossessione di risparmiare sui costi e di aumentare la sicurezza potrebbe invece ridurla. Quella di Richmond è una scuola che ha utilizzato i fondi federali. I ragazzi hanno un’estrazione sociale di basso profilo, con genitori che, in realtà, non sono consapevoli di che si tratti. Il sistema è costato 160mila dollari, un investimento che avrebbe potuto essere usato per pagare di più gli insegnanti. Inoltre l’Rfid è dimostrato che può essere soggetto ad attacchi di pirati informatici che possono esporre i bambini a gravi rischi”.

Eppure negli Usa ci sono diversi casi nel corso degli ultimi anni, in cui si sono portati avanti sperimentazioni Rfid nelle scuole. Nel 2005 in una scuola di Sacramento è stato avviato un pilot su un gruppo di bambini ma poi è stato abbandonato perché i genitori hanno ritenuto che questo tipo sorveglianza non fosse giustificata rispetto alla reale soglia di rischio esistente. Ma l’episodio non è passato inosservato, dal momento che i rappresentanti delle libertà civili sono subito passati all’azione, stendendo una bozza di legge finalizzata a imporre una regolamentazione più rigida rispetto all’uso dell’Rfid nelle scuole.

“La bozza ottenne i consensi necessari e fu trasformata in disegno di legge nel 2007 – Ha confermato Ozer -. Oggi i genitori, prima di qualsiasi progetto, devono essere informati e devono poter essere liberi di dare o meno la loro autorizzazione. Ma il governatore, Arnold Schwarzenegger, non ha mai firmato per tradurre la proposta legislativa in legge ufficiale, dichiarando che in California non c’era un numero di casi sufficiente per deliberare una normativa. I recenti sviluppi hanno dimostrato che si sbagliava”.

Due anni fa anche due scuole del distretto di Houston hanno iniziato a monitorare gli studenti all’interno del campus scolastico tramite l’utilizzo di badge Rfid su un campione di 13.500 ragazzi su un totale di 36mila iscritti. Il sistema ha permesso di far risparmiare agli istituti 194mila dollari, equivalente alla monetizzazione del tempo che i rappresentanti scolastici (studenti, segretari, operatori e assistenti) dedicavano a cercare in giro gli studenti invece di occuparsi del loro lavoro.

30 miglia più a sud, anche il distretto scolastico di Santa Fè ha iniziato da quest’anno a utilizzare gli smartbadge.

I motivi? Incrementare i livelli di sicurezza nelle scuole e monitorare la frequenza dei ragazzi alle lezioni. Per lo stesso motivo anche l'Università dell'Arizona ha scelto l'Rfid.

E negli scorsi mesi anche il distretto della scuola di New Canaan, in Massachussets ha deciso di tracciare gli studenti utilizzando tag Rfid, anche se molti dei ragazzi si sono detti poco favorevoli a questo tipo di tecnologia a differenza di molti genitori, invece, che hanno dato la loro piena adesione.

“Non ho molto speranze in merito – ha commentato Türk -. Oggi non c’è ancora coscienza sufficiente a capire che il concetto di vita privata non esiste più. Qualche volta abbiamo bisogno di dire no alle lusinghe tecnologiche. Stiamo assistendo a una continua evoluzione in direzione di una mobilità per cui i dispositivi diventano sempre più piccoli e quindi difficili da gestire attraverso la legge. Il parlamento francese dovrebbe cogliere l’occasione per gestire l’evoluzione iniziando a promuovere un dibattito serio sull’uso dei tag Rfid”.

Türk è convinto che una messa a sistema dei tag in Francia dovrebbe ricevere l’approvazione del Cnil prima di essere autorizzata, analogamente a quanto avviene per i sistemi biometrici, che sono stati regolamentati già dal 2004. Un iter che avrebbero dovuto seguire tutte le scuole materne francesi che hanno deciso di adottare l’Rfid.

In generale, nell’ultimo anno e in tutto il mondo sono diverse le scuole che hanno iniziato a fare sperimentazione sulle tecnologie Rfid sia per aumentare i livelli di sicurezza e controllo degli studenti che per tracciare i materiali scolastici e migliorare la gestione degli inventari e la logistica delle prenotazioni di dispositivi come videoproiettori, computer e microscopi.

Mentre la tracciabilità degli asset viene vista come un valore aggiunto, la tracciabilità degli studenti diventa una questione etica per cui la necessità di controllo e di sicurezza si scontra con tutta una serie di presupposti umani e filosofici che stanno generando una controversia che da sempre caratterizza l’accettazione delle nuove tecnologie.

Non a caso, qualche giorno fa in Colorado, tra i servizi offerti per questa stagione sciistica Steamboat Springs Ski and Resort ha annunciato di offrire braccialetti dotati di tag Rfid agganciati a un sistema Gps che permette di localizzare i bambini. Per i ragazzi più grandi, invece, il tag è inserito in un badge che può essere tenuto anche sotto la tuta.

“Se un ragazzino sta sciando con la sua classe e per sbaglio si accoda a un gruppo sbagliato – ha precisato Loryn Kasten, public relations manager del resort - parte subito un segnale di avviso alla scuola di sci. Ma il servizio torna utile anche ai genitori, nel caso perdano di vista i loro figli”.

Gps, Rfid e intelligence, triangolati in una logica di servizio, per dare tranquillità ai genitori e sicurezza ai bambini.

Il paradosso è che mentre discutiamo se sia il caso o meno di taggare i bambini, tutti noi giriamo con almeno una carta di credito dotata di tag Rfid nel portafogli, con un telefonino che funziona con una Sim dotata di tag Rfid e chi ha la macchina e viaggia spesso, non rinuncia a montare il Telepass, che funziona con tecnologia Rfid. Come dice il marketing: il consumatore è disposto a rinunciare a una parte della sua privacy in cambio di servizi a valore aggiunto. Al di là di tutti i discorsi etici, l’accettazione o il rifiuto dell’Rfid ruotano attorno a un principio fondamentale quanto elementare.

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