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Tracciabilità ittica: biomarcatori e Rfid PDF Stampa E-mail

Biomarcatori, etichette intelligenti fatte di tag Rfid, sensori o barcode avanzati: la tracciabilità alimentare impone un ripensamento che include un’ingegnerizzazione dei sistemi di monitoraggio e di controllo dei prodotti freschi. Alcuni ecologisti irlandesi, ad esempio, hanno condotto una ricerca da cui è risultato come il 25% del pesce venduto come merluzzo nei negozi dei supermercati di Dublino è in realtà un altro tipo di pesce. Secondo quanto pubblicato dalla rivista americana Frontiers, questi risultati sarebbero analoghi a quelli riscontrati da alcuni analisti statunitensi.

Alcuni ricercatori dell'Università della California, a San Diego, hanno applicato un approccio analogo per identificare il pesce servito nei ristoranti di New York. I risultati hanno messo in evidenza che il 25% del pesce era etichettato in modo scorretto. I ricercatori irlandesi per le loro verifiche hanno utilizzato la tecnica del Dna barcoding, identificando così tutte le specie presenti sia nei negozi che vendono fish and chips da asporto, sia i pesci delle pescherie che quelli dei supermercati in una decine di aree diverse di Dublino. Analizzando merluzzo ed eglefino preparato e conservato in vari modi (affumicato, fritto, in pastella, fresco e congelato), gli esperti hanno prelevato una porzione di tessuto da ogni campione confrontando poi le sequenze genetiche con numerose banche dati.

I risultati hanno evidenziato che 39 prodotti sui 156 analizzati tra quelli in vendita non erano in realtà merluzzo o eglefino come invece riportavano le etichette. Il dato relativo al pesce affumicato è particolarmente sorprendente: 28 prodotti sui 34 presi in considerazione, ovvero più dell'80% dei campioni, si è rivelato etichettato in modo impreciso. Circa un quarto delle etichette di quelli che all'analisi si sono dimostrati campioni di merluzzo erano etichettati come eglefino (e viceversa) o come un'altra specie, ad esempio pollack, merlano o carbonaro. In alcuni casi il merluzzo del Pacifico era etichettato come merluzzo dell'Atlantico.

“I dati raccolti, considerata la domanda crescente di prodotti ittici, è allarmante – hanno precisato i responsabili della ricerca, Dana Miller e Stefano Mariani, dell'University College Dublin -. S’impone dunque una gestione dell'industria alimentare dei prodotti ittici efficace e sostenibile, soprattutto per quanto concerne la trasparenza all'interno del settore e a livello internazionale. Una denominazione errata dei prodotti ittici e una scorretta etichettatura, derivanti da legislazioni e da un processo di implementazione delle politiche inefficaci, sono dun problema che urge risolvere in tempi brevi”.

I consumatori sono sempre più attenti ed esigono informazioni sempre più dettagliate rispetto alla merce che acquistano, soprattutto se si tratta di prodotti freschi.

“"I consumatori dovrebbero – ha sottolineato Mariani - potersi recare in un negozio e sapere con certezza che mangeranno quanto hanno acquistato, in particolare se l'acquisto è avvenuto nell'Ue, dove sono già in vigore diverse politiche sulla tracciabilità e l'etichettatura dei prodotti. La tracciabilità degli stock ittici sarà più economica e diffusa in futuro grazie ai progressi fatti nel campo della bioinformatica. Questo dovrebbe facilitare l'adeguata etichettatura dei pesci e quindi favorire la trasparenza nel settore ittico. Con una rinnovata fiducia nei confronti di commercianti e attori politici, questo settore potrebbe assumere i contorni di un'operazione sostenibile a livello globale”.

Per garantire la qualità dell’offerta, gli operatori delle filiere stanno speriementando diverse soluzioni. In Danimarca, ad esempio, un consorzio utilizza l’Rfid per taggare le casse per trasportare i pesci pescati. In Italia, invece, Agroittica Lombarda nei suoi allevamenti usa l’Rfid per tracciare gli storioni.

 
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